Per molti anni il sogno di molti è stato proprio quello di costruire un ecovillaggio autonomo a livello energetico e alimentare dove, insieme ad altre persone, poter sperimentare una vita comunitaria in armonia coi cicli naturali. Malgrado svariati tentativi dei tanti, le cose non sono andate così ma, nel frattempo, alcuni si sono messi a studiare qualche strumento che potrebbe essere utile a chi vuole provare a produrre il proprio cibo.
Se appartieni a questa categoria, un manuale pratico può aiutarti a partire. Che tu abbia un piccolo cortile o un balcone, un terreno in campagna o un appartamento senza niente di tutto ciò, puoi trovare la guida che fa per te su Terra Nuova o su Macrolibrarsi.
Quanto terreno serve mediamente per l’autonomia alimentare annuale di una persona? Come progettare un insediamento finalizzato al raggiungimento dell’autonomia alimentare? Realizzare l’autonomia alimentare implica anche la riduzione dell’impatto ambientale?
Queste sono state le domande alla base dello studio di alcuni amici ricercatori universitari i quali cercano di dare risposte per iscritto con un articolo scientifico sulla rivista Ecological Indicators.

Il lavoro è consistito nello sviluppare un foglio di calcolo in grado di valutare il terreno necessario per l’autosufficienza alimentare annuale di una qualsiasi popolazione, a partire da una dieta media, equilibrata (mediterranea onnivora, secondo i criteri espressi dal C.R.E.A.) e dai fabbisogni energetici per adulti e bambini. Il tutto, considerando le rese delle produzioni biologiche e gli sprechi alimentari medi degli italiani. In seguito e stato sviluppato ulteriormente il foglio di calcolo, inserendo: 4 diete medie equilibrate (onnivora, onnivora senza pesce, vegetariana e vegana), i fabbisogni energetici per fasce di sesso-età-livello di attività fisica e tutte le principali produzioni zootecniche.
Quest’ultima versione, molto più precisa, restituisce il fabbisogno necessario per ogni coltura coinvolta nelle diete medie equilibrate, diventando così di fatto uno strumento molto utile nella progettazione di insediamenti umani autosufficienti a livello alimentare. Oltre a ciò, ci ha permesso di misurare l’impatto dei differenti stili di vita alimentare.
Ma insomma quanto terreno serve per l’autonomia alimentare annuale di una persona? Secondo gli ultimi calcoli questi sono i risultati: 4750 m2 per una dieta onnivora, 5170 m2 ha per quella onnivora senza pesce, 4680 m2 per la dieta vegetariana e 1820 m2 per una dieta vegana.
Come è evidente la dieta vegana è di gran lunga la più sostenibile utilizzando poco più di un terzo del terreno necessario per l’autonomia alimentare in una dieta onnivora. Questo si spiega facilmente se si considera che carne, uova, latte e latticini, considerando gli stili di vita alimentari attuali degli italiani, impattano complessivamente per il 63,8% del terreno necessario all’autosufficienza alimentare (rispettivamente 39,4% latte e latticini, 20% carne, 4,4% uova).
Molto interessante è vedere la piccolissima differenza che c’è tra l’uso di suolo della dieta onnivora e quella vegetariana. Ciò è dovuto al fatto che, come abbiamo appena visto, la produzione di latte e latticini, presenti anche nella dieta vegetariana, ha un impatto molto grande in termini di utilizzo di suolo. Oltre a ciò va considerato il fatto che, per compensare la riduzione delle proteine provenienti dalla carne, nella dieta vegetariana vengono aumentati i consumi di latticini. Infine, come è risaputo, per produrre latte va prodotta necessariamente anche carne che in una dieta onnivora viene consumata ottimizzando perciò l’impatto dell’allevamento in termini di land use (uso di suolo).
Un altro dato molto interessante emerso dal lavoro, è che l’autonomia alimentare, prendendo in considerazione una dieta onnivora, riduce l’impronta ecologica (1) alimentare del’8% rispetto a quella media mondiale e del 47% rispetto a quella di un italiano medio. Tutto questo senza considerare la diminuzione degli impatti derivanti dall’utilizzo di un’agricoltura biologica e dalla riduzione dei trasporti delle derrate alimentari connessa alla rilocalizzazione delle produzioni. Tali risultati sono dovuti prevalentemente alla riduzione degli sprechi alimentari connessi con questa modalità di produzione e trasformazione.
Se tutti utilizzassero una dieta vegana e se rilocalizzassimo le produzioni agricole, la riduzione dell’impronta ecologica alimentare sarebbe di circa il 65% in più rispetto a quella mondiale attuale.
Da questi dati, frutto di calcoli che contengono inevitabilmente delle semplificazioni, sembra piuttosto chiaro che se vogliamo essere più sostenibili è necessario da un lato rilocalizzare le produzioni e dall’altro cambiare il nostro stile di vita alimentare riducendo il consumo di prodotti di origine animale (in particolare latte e latticini e carne). In altre parole, dovremmo trasformare il sistema di produzione e distribuzione alimentare in modo tale da diminuire l’uso di suolo, l’inquinamento, gli sprechi alimentari e i trasporti di cibo. La rilocalizzazione delle produzioni e l’educazione alimentare perciò dovrebbero essere uno dei principali obiettivi delle future politiche agricole.
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